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N° 132

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ALMANACCO DI "GUERRA DI CLASSE" 1912-2012

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Quella sera a Milano era caldo ...
La storia

La notte tra il 15 ed il 16 dicembre 1969 ovvero il terzo giorno di arresto arbitrario ed illegale (per la legislazione allora vigente) Giuseppe Pinelli – partigiano e ferroviere anarchico nonché attivo e combattivo esponente dell’USI – “precipita” dal quarto piano della questura di Milano.

 

Quella stessa sera un piccolo gruppo di miltanti si reca all’Università Statale dove è in corso un’assemblea studentesca per anticipare quello che – nella storica conferenza stampa svoltasi in piazzale Lugano il 17 dicembre – tutti gli organi di (dis)informazione di massa (compresa l’Unità e Paese Sera) definirono “delirante”.

Dopo due ore di anticamera – in cui i lavori dell’assemblea studentesca continuarono come se nulla fosse accaduto – fu consentito loro di prendere la parola che si può riassumere in tre, semplici, slogan che presto, diventeranno patrimonio collettivo di un’intera generazione di militanti: Valpreda è innocente, Pinelli è stato assassinato, la strage è di Stato.

Un anno dopo ecco il resoconto del numero 1 Anno 1 di A rivista anarchica:


Milano un anno dopo

12 DICEMBRE

12 dicembre 1970: anniversario della strage di piazza Fontana, momento massimo raggiunto dalla provocazione contro il proletariato italiano nella sua espressione più rivoluzionaria: gli anarchici.
Proprio gli anarchici, quindi, debbono, più di chiunque altro, essere presenti in questa data, contro ogni provocazione e ogni calunnia. Ma è proprio l’autorità che, frantumatasi fra le sue mani la campagna di diffamazione contro gli anarchici, ricorre a una nuova provocazione.
Questi i fatti.
La manifestazione di sabato 12 era annunciata da una decina di giorni, tramite manifesti, volantini, conferenza stampa; venerdì 11 il nuovo, non diverso, questore di Milano convoca alcuni compagni comunicando loro che, in linea di massima, sarà tollerata solo una manifestazione con inizio dalle carceri di S. Vittore. La sera però vieta tutto e, a una precisa domanda, conferma col suo silenzio di aver ricevuto in merito ordini dal governo. Misteriosa e minacciosa suona la frase “Non vorremmo un altro morto il 12 di dicembre?!” Il questore è comunque posto di fronte alle proprie responsabilità: se vi sarà violenza sarà la polizia a compierla. Il giorno successivo ha luogo la smorta manifestazione dell’ANPI e dei partiti. Il suo termine coincide con la partenza del corteo anarchico. Non c’è però fra i due momenti alcun rapporto, anche se alcuni militanti di base del PCI decidono di partecipare al nostro corteo. Comunque cade la motivazione ufficiale del divieto, non essendovi più quella contemporaneità fra le due manifestazioni addotta come scusa dal questore.
Il corteo, forte di oltre 3.000 compagni, in prevalenza, anche se non tutti, anarchici imbocca via Torino: come esso vi è completamente entrato si ha la carica, ai fianchi, di fronte, alle spalle (dove agisce il solito, congestionato vicequestore Vittoria). Nessun tentativo di disperdere pacificamente; piuttosto la deliberata volontà di provocare il caos. Alcuni compagni hanno udito, prima dei fatti, agenti picchiare col manganello sugli scudi, ritmando “Oggi vi ammazzeremo tutti”. L’attacco non è solo diretto verso i compagni, ma anche verso la folla che viene infatti colpita dai moltissimi candelotti lanciati ad altezza d’uomo; sono donne, bambini, uomini con pacchi natalizi in mano; l’attacco è talmente folle che persino alcuni dei passanti reagiscono con pietre o col rinvio dei lacrimogeni all’azione dei militari, così come in via Larga piovono dalle finestre, su richiesta dei compagni, fazzoletti o altro che valga a nascondersi dagli operatori della polizia.
Di fascisti né ora né poi si vede traccia; essi sono fronteggiati (ma, per carità non caricati, in piazza S. Babila e danno poi luogo a disordini in corso B. Aires) e dispersi. Essi stessi lo confermeranno con un volantino nei giorni successivi. E via Torino, come tutti sanno, porta in direzione opposta a piazza S. Babila.
Già in via Torino i carabinieri, veri protagonisti della giornata, usano le armi da fuoco, anche se, per il momento, sparando per aria (il che poi vuol dire all’altezza dei piani superiori delle case); alcuni lampioni vanno in frantumi in questo modo. Gli automobilisti fuggono lasciando le macchine in mezzo alla strada. Qui vengono raccolti numerosi bossoli. Agiscono poi anche nuove squadre di agenti in borghese il cui preciso compito è quello di arrestare i compagni rimasti isolati. Contemporaneamente in piazza del Duomo vengono sparati candelotti lacrimogeni (prevalentemente di vecchio tipo, essendo quelli nuovi, molto più tossici e dotati di un micidiale involucro di metallo, riservati praticamente ai luoghi dove non ci siano testimoni estranei ai fatti) dai piedi dell’Arengario fin dentro la galleria, dall’altro lato della piazza, con un tiro curvo dalla traiettoria intenzionale. Di questi gas di nuovo uso va detto che la loro tossicità è tale che ancora a due settimane di distanza molti compagni ne sopportavano le conseguenze, prevalentemente sotto forma di disturbi gastro-intestinali. Va ancora detto che provocatori evidentemente predisposti hanno gettato, contemporaneamente all’inizio della carica, alcune bottiglie Molotov dalle finestre di uno degli edifici di via Torino; la provocazione era così evidente che di ciò hanno parlato i giornali, mentre la questura ha taciuto.
Una volta frazionato il corteo i compagni, a gruppi, sono stati spinti in tutte le direzioni e non solo verso la statale, soprattutto perché, pur sapendo che il Movimento Studentesco avevo offerto l’università come rifugio in caso di carica poliziesca, si è cercato a lungo di riaffermare il proprio diritto a manifestare in un giorno così importante della recente storia italiana. Pochi gruppi perciò sono confluiti fra (non dietro) le file del servizio d’ordine del M.S.
È proprio davanti ai cordoni degli studenti che le “forze dell’ordine” ammazzavano il giovane internazionalista Saltarelli; la ammazzavano coscientemente, intenzionalmente: un candelotto gli veniva sparato nel petto da pochi metri di distanza. Pochissimi i testimoni che si trovavano nelle immediate vicinanze: essi, ad ogni buon conto, venivano manganellati contemporaneamente al fatto, perché non vedessero. A questo punto il M.S. attestato sulle proprie linee di difesa fino a quel momento, era coinvolto negli scontri, grazie anche a precise azioni di disturbo attuate dai carabinieri. Un plotone di questi, probabilmente lo stesso che ha ucciso Saltarelli, rifugiatosi nel n.11 di via Larga, usciva dopo alcuni minuti sparando intenzionalmente in tutte le direzioni. Soltanto in questo luogo sono stati raccolti una cinquantina di bossoli; altri sono stati trovati sul lato opposto della strada e sono presumibilmente quelli i cui proiettili hanno perforato le vetrine all’angolo fra via Larga e via S. Antonio. Altri fori di proiettile sono stati fotografati nelle vetrate della Banca d’America e d’Italia, in un negozio in fondo a via Torino (all’angolo con via G. G. Mora) e ancora altrove. Come si vede non si è trattato di singoli carabinieri in preda al panico (ma perché poi, se hanno i nervi così fragili, fanno questo mestiere?). Sono stati uditi da più d’uno anche colpi d’arma a ripetizione.
Le cariche sono continuate a lungo e in vari punti della città. Poi, una volta circolata la voce del compagno morto, le forze di repressione si sono dapprima fermate e poi ritirate. Con la scomparsa dell’aggressore ogni scontro è cessato.

15 DICEMBRE

Nell’anniversario della morte dell’indimenticato compagno Pinelli gli anarchici indicono un’altra manifestazione. Circa un migliaio di compagni si riuniscono in piazza Cavour e da qui si recano alla vicina questura. Temendo evidentemente niente di meno che un assalto all’edificio, il grande portone è chiuso. Dietro, si vedrà dopo, due plotoni della celere in assetto di battaglia. Su questo argomento il “Corriere” ha deliberatamente mentito, parlando di “portone spalancato”. È sempre difficile, a quanto pare, stabilire il grado di apertura delle porte e delle finestre di questo vecchio palazzo milanese. Qui il corteo sosta circa cinque minuti in un impressionante silenzio; molti compagni alzano il pugno chiuso. La tensione dei pochi funzionari schierati sul marciapiede è al massimo; lanciano sguardi di odio contro il fascio di rose gettato in terra, in omaggio al compagno morto, timorosi di raccoglierlo prima che anche l’ultimo anarchico abbia girato l’angolo: infatti il corteo procede fino a via Larga, dove si scioglierà. Ma la tensione dei poliziotti si esprime anche in un grottesco episodio: essi scambiano un sacchetto di plastica contenente rifiuti, scorto vicino a una macchina, per il pericoloso involucro di una bomba. Zagari grida, concitato: “Chi si avvicina a quella macchina lo fa a suo rischio e pericolo”. Attratta così l’attenzione dei presenti riesce ad ottenere che un pubblico abbastanza folto assista all’apertura, fatta da un agente, con estrema cautela. Una conferma di più che è proprio la polizia a creare i motivi del disordine, inventando bombe, generando scontri che non si verificano mai in sua assenza, portando insomma per ogni dove la propria carica di repressione, repressione effettuata per conto dei padroni e subita persino dagli stessi repressori.


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