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N° 132

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REFERENDUM O LOTTA?
Il 12 giugno si terranno quattro referendum, di cui almeno due di grande e ovvia rilevanza: quello sul nucleare e quello sull’acqua. Rilevanza ovvia visto che si tenta, da parte governativa, di rimettere in discussione la scelta antinucleare (già fortemente espressa dalla maggioranza degli italiani nel 1987) con un recente decreto che prevede “l’introduzione e l’utilizzo di impianti nucleari di terza generazione” e nel secondo, di attuare una vera e propria privatizzazione delle risorse idriche (decreto Ronchi). Si tratta di referendum abrogativi, ovvero per la scelta antinucleare e antiprivatizzazione si dovrà votare sì. I referendum si terranno regolarmente perché sono stati dichiarati ammissibili, anche quello antinucleare, nonostante la moratoria sui processi di nuclearizzazione dichiarata furbescamente dal governo Berlusconi dopo la tragedia di Fukushima, perché di moratoria si tratta e non di rinuncia alle politiche nucleari.
Il rischio, a nostro avviso, non è tanto che i referendum non passino, quanto che non si raggiunga il quorum necessario dei votanti. Infatti, a parte i trucchetti del governo, l’oscuramento mass-mediatico sulla questione è quasi totale e si sa, per molti la realtà è solo quello che veicolano tv e giornali.
Detto questo non ci pare neppure il caso di insistere sulle ragioni dell’opposizione al nucleare e alla privatizzazione dell’acqua. Sono questioni che ci toccano da vicino e che fanno parte dei temi della devastazione ambientale e dell’accaparramento del risorse naturali e su queste crediamo che da parte di molti un minimo di riflessione onesta non possa che condurre ad una opposizione di qualche tipo.
Il problema è piuttosto che rapporto ci sia, in generale, tra le lotte condotte sul campo da popolazioni locali (citiamo solo la Val di Susa e Terzigno o altre che si danno o potrebbero darsi contro discariche, inceneritori o smaltimento scorie radioattive o eventualmente la costruzione di nuove centrali) e l’arma referendaria, dunque istituzionale.
Chi scrive è un astensionista attivo da una vita, che tuttavia dell’astensionismo non ha mai fatto un dogma, ma piuttosto una coerenza con principi in continuazione verificati. E’ anche vero che i referendum non comportano una delega più o meno permanente, ma comunque assegnano ad una pratica istituzionale l’espressione di una supposta volontà popolare. Dunque, se non fosse raggiunto il quorum necessario, anche se prevalessero i sì, il risultato politico reale sarebbe quello di un pesante sconfitta degli anti-nuclearisti e dei fautori dell’acqua bene pubblico. E ciò porrebbe una pesante ipoteca sulla possibilità di sviluppo di futuri movimenti di lotta. Di questo dovrebbero diventare ben consapevoli i sostenitori dell’arma referendaria: non ci sono scappatoie istituzionali, le lotte condotte in prima persona e fondate sull’azione diretta sono l’unica arma dei lavoratori e degli sfruttati, le loro rappresentazioni dislocate nelle urne servono solo ad avvalorare la fandonia che il sistema sociale nel quale viviamo garantisca forme democratiche di espressione della volontà popolare.
Grazie referendari, ci avete messo nel solito cul-de-sac: se il referendum passa contribuirà ad alimentare illusioni sulla democraticità della nostra società, se non passa sarà ipotecata la possibilità di far nascere un grande movimento di lotta contro la devastazione ambientale e speculazione sulle risorse.
***
A proposito di rappresentazioni dislocate ci compete parlare dello scioperone-sciopericchio della CGIL del 6 maggio. Scioperone per le adesioni, specialmente alle manifestazioni di piazza. Sciopericchio per i contenuti nulli della piattaforma, teso solo a ribadire il primato cigiellino nei confronti delle altre confederazioni di regime. Sciopericchio perché di puntello ai padrini politici di centro-sinistra in funzione elettorale nella solita manifestazione nauseabonda di collateralismo. Comunque, dicevamo, riuscita delle manifestazioni di piazza, anche per merito di giovani e studenti che hanno affiancato i manipoli dei funzionari sindacali e dei fedelissimi distaccati e membri di rsu. Giovani e studenti che si sono abbeverati al mito di una Fiom (ma anche di una Cgil) combattiva e irriducibile e si sono accodati nella migliore tradizione del “si va dove ci sono i lavoratori”. Un mito duro a morire, come meriterebbe, perché alimentato opportunisticamente da capipopolo sinistrorsi ed estremo-sinistrorsi. Nel frattempo la signora Camusso si prepara a ritornare al tavolo con le “parti sociali” (vedi documento approvato dal direttivo CGIL del 10-11 maggio), e dunque riapre le porte al consociativismo e al collaborazionismo con il regime e la “mitica” Fiom sottoscrive alla Bertone ciò che aveva respinto a Mirafiori. “Una mossa geniale” secondo il buon Airaudo… Di colpo di genio in colpo di genio questi signori dove arriveranno?
***
Da dove arrivano invece le decine di migliaia di profughi e di immigrati, si sa benissimo: dal Maghreb, dall’Africa, dal Medio-Oriente, da tutte le parti più povere del mondo. Si sa benissimo anche perché vengono, sfidando la morte su bagnarole che spesso affondano in mare (non sapremo mai quanti ne ha inghiottiti il Mediterraneo): fuggono dalla miseria, dalla fame, dai massacri etnici, dalle guerre, dalle tirannie. E quando arrivano, quelli che ci riescono, sono concentrati nei CIE o rimbalzati vergognosamente dall’Italia alla Francia e viceversa. Il loro dramma viene strumentalizzato dalle ignobili campagne leghiste, xenofobe e razziste o diventa tema di “dibattito” fra parti politiche alle quali poco o nulla importa dei diritti e della dignità dei migranti. Al massimo diventano oggetto della pelosa carità cristiana o bandierine da sventolare - a sinistra - per chi è in cerca di cause nobili. Quasi nessuno mette in evidenza l’unico dato incontrovertibile e la necessità che ne consegue: i migranti non sono “altri”, sono esattamente quello che siamo noi, lavoratori e proletari, sfruttati, precarizzati, emarginati. Quello che è necessario, quindi, è dare concretezza alla solidarietà, che deve soprattutto essere solidarietà di classe. Una solidarietà che inizi a costruire nei fatti e nelle realizzazioni una società di liberi e uguali, autogestionaria e federalista, senza discriminazioni di etnia, di lingua, di cultura.
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E siamo alla guerra, anzi alle guerre. Dell’intervento militare in Libia non parla più nessuno. Eppure continuano i bombardamenti, continua la caccia a Gheddafi, continuano i massacri di civili. Continua tutto con l’intervento attivo dell’Italia e la benedizione di Napolitano e delle forze politiche di governo e di opposizione, nello schema classico della union sacrèe.
Non ne parlano neppure quasi più i pacifisti e le altre forze della sinistra che si proclama radicale. Non ne parla più nemmeno il sindacalismo di base, in passato attento a questa tematica.
Siamo stati soli, il 15 aprile scorso, a indire come Unione Sindacale Italiana, lo sciopero generale contro la guerra (insieme alla Cub che aveva già indetto lo sciopero su un’altra piattaforma, aggiungendo in seguito il punto contro la guerra). Siamo contrari all’abuso dell’arma dello sciopero, così come siamo contrari a farne un momento rituale o a utilizzarlo in senso propagandistico e funzionale all’organizzazione sindacale. Siamo però anche contrari agli scioperi misurati col bilancino e indetti solo quando c’è garanzia sulla loro riuscita. Ci sono scioperi che vanno proclamati a prescindere da ogni altra considerazione che non sia semplicemente il dovere morale e politico di dare ai lavoratori la possibilità di manifestare e di scendere in lotta su questioni cruciali. Lo sciopero contro la guerra è stato uno di questi.
Ma intanto la guerra continua e continua su tanti scenari, vecchi e nuovi, e altri sono destinati ad aprirsi. Obama, poco entusiasta della guerra libica che è terreno di Sarkozy, “liquida” Osama Bin Laden che ora gli serve più da morto che da vivo quando era l’utile emblema della “guerra al terrorismo”. Essendo il terrorismo di Al Qaida in disarmo bisognava resuscitarlo alimentando la paura di una vendetta. Spettacoli tristi e osceni.
***
E a proposito di oscenità il vaudeville della politica nostrana non teme concorrenza. Le elezioni recenti hanno segnato una chiara sconfitta di Berlusconi e soci. Tuttavia l’aver radicalizzato e personalizzato (da una parte e dall’altra) lo “scontro” politico sulla figura del Silvio non aiuta neppure l’opposizione, che quando perde non sa perché e per come e quando vince lo stesso. Ma forse non sa nemmeno di esistere... Altre parole, di fronte a un Fassino, nuovo sindaco di Torino, presentato come un elemento di discontinuità e di cambiamento, non ci pare il caso di spendere.
Guido Barroero
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