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N° 132

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USI antimilitarista

Lavoratori "appaltati"

 

 

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Volumi Centenario USI

IL LIBRO LE FIGURE STORICHE DELL'UNIONE SINDACALE ITALIANA

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ALMANACCO DI "GUERRA DI CLASSE" 1912-2012

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Aggiornamento sulla repressione in Serbia contro gli anarcosindalisti dell'IWA-AIT
https://affinitalibertarie.noblogs.org/post/2011/07/14/repressione-in-serbia-aggiornamenti/
Ratibor Trivunac (Rata) è stato condannato a 15 giorni di prigione in un processo a porte chiuse. Ha scontato interamente la pena ed è stato rilasciato il 27 giugno. E’ stato contattato ed è in buone condizioni. Per quanto riguarda gli altri compagni fermati per la protesta anti-Nato la situazione è la seguente: un compagno croato è stato rilasciato dopo il pagamento di una forte ammenda. Gli altri sei sono liberi ma in attesa di processo. Un compagno dell’ASI è stato accusato di aggressione ad un poliziotto e/o di resistenza all’arresto. Per il momento non sono ancora arrivati i mandati di comparizione. L’altra, più problematica, situazione non è legata alla campagna anti-NATO ma al processo per terrorismo internazionale contro i “6 di Belgrado”. I sei erano stati prosciolti, ma a seguito di un ricorso della pubblica accusa la Corte d’Appello ha individuato diversi errori procedurali nel processo ed ha annullato la sentenza. Il processo dovrà quindi essere ripetuto dall’inizio. I compagni potranno difendersi a piede libero ma, a questo punto, non è chiaro da quale imputazione: se da quella originaria di “terrorismo internazionale” o da quella – meno grave – di “pericolo generico”. http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=NN_tKGbCnbE
video proteste ANTI NATO 12 giugno 2011 (versione integrale) http://antinato.in.rs/?q=taxonomy/term/1 notizie dalla Serbia (in inglese)
 
Le rivoluzioni dei gelsomini e di piazza Tahrir sbarcano in Europa
Quando all’inizio di quest’anno abbiamo sentito parlare di rivoluzione dei gelsomini, di piazza Tahrir e di un crescendo di eventi che accendevano il fuoco dell’insorgenza in molti paesi dell’area mediorentale, ho avuto la percezione chiara di quanto fosse scarsa la mia conoscenza di quei paesi: quelle mobilitazioni così estese e dirompenti raccontavano di un fermento sociale costruito nel tempo e sedimentato nella popolazione che era a me del tutto ignoto.
Da dove partono storicamente queste rivolte? Qual’è la composizione sociale che le anima? Si tratta di ceti operai? di categorie di giovani istruiti e proletarizzati senza prospettive? di gente privata di una precisa collocazione sociale per via degli effetti delle politiche neoliberiste, o altro ancora? Qual’é la composizione politica di queste rivolte? Cosa cambia dopo le rivolte a livello politico?
Se queste, e molte altre, sono le domande che affiorano per cercare di avere una conoscenza minima della situazione dei vari paesi di quell’area geografica, nel tentativo di comprendere i fatti cui abbiamo assistito e di individuare le possibili prospettive e relazioni, c’è però un’altra rivoluzione agita proprio qui, in Italia e in Europa, dagli stessi soggetti che nei loro paesi li avevamo visti scendere per le strade, organizzarsi nella piazze, distruggere palazzi, scontrarsi con le forze dell’ordine, scrivere messaggi sul network per raccontare le loro giornate e poi gioire per una rivoluzione riuscita.
Già perchè in Europa, appunto, alcuni di quei tunisini ed egiziani sono arrivati. Molti sono morti, anche a causa dei mancati soccorsi, ma molti altri sono riusciti ad arrivare, vivi ed in cerca di democrazia, come molti di loro affermano quando evocano la possibilità di ritornare tra qualche mese, a processo di democratizzazione compiuto.
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LA CGIL. SINDACATO O GRANDE IMPRESA?

LA CAMUSSO COL COLBACCO
I tratti somatici da atleta sovietica d’altri tempi non sono l’unico aspetto arcigno del Segretario generale della CGIL. Guai a chi osi invadere un terreno così scivoloso per il suo sindacato (e per gli  altri sindacati confederali) come quello dei lucrosi introiti ricavati dalle più svariate attività extrasindacali.
D’altra parte, da un lato, è ben noto che da un punto di vista strettamente sindacale le cose vanno benissimo per lavoratrici e lavoratori e, dall’altro, si sa che i soldi per mantenere (precariamente) l’esercito di impiegati addetti ai servizi da qualche parte bisogna pur prenderli. Mai contenti! Non si risana così anche la piaga della disoccupazione?
E poi, perché mai la CGIL avrebbe spalleggiato ovunque i processi di esternalizzazione dei servizi,  se poi non avesse provveduto a sostituirne una parte in proprio con suoi uffici a impronta parastatale?
E così i fulmini della Camusso si sono abbattuti sull’incauto giornalista che ha osato elencare, tipo pagine gialle, quelle attività svolte a puro scopo umanitario. Ignorante, disinformato, colluso alla CISL, lesivo dell’onore dei sindacati confederali. Ma non basta, non potendo prendere provvedimenti contro il tapino, minaccia querele!
E dire che il giornalista anti-sindacale in odore di lesa maestà non ha voluto affondare i colpi. Ad esempio, non ha neppure fatto riferimento al palese conflitto d’interessi in cui si sono messi i sindacati confederali con la partecipazione alla gestione dei fondi pensionistici. Che fare? Favorire la rendita finanziaria o tutelare il salario? Perchè entrambe le cose difficilmente sono perseguibili.
D’altra parte, col sistema a capitalizzazione dei fondi pensione privati, perchè le pensioni non si azzerino (già ora si prevedono livelli futuri delle pensioni pubbliche pari al 45% dell’ultima retribuzione) occorre per forza far crescere le rendite delle società finanziarie!
L’aspetto tragicomico della faccenda è che i sindacalisti alla Camusso che sbraitano tanto contro i tapini, quando “concedono” ai lavoratori uno sciopero generale (molto tardivo e part-time) non lo proclamano contro i padroni, né quelli buoni come la Marcegaglia, né quelli un po’ birbanti come Marchionne. Altrimenti l’agognato patto sociale con chi lo fanno? Cosa importa se negli ultimi 20 anni i salari italiani sono precipitati dai primi agli ultimi posti tra i paesi OCSE? Cosa importa se, malgrado la devastante precarietà del lavoro e i salari da fame, il tasso di occupazione in Italia resta inchiodato agli ultimi posti della stessa classifica? Cosa importa se, anche con l’assenso della CGIL in presenza del suo ultimo governo amico, il fisco si è abbattuto in modo crescente su salari e pensioni per poterne sgravare i profitti e le rendite?
Ma si sa, il Mercato ha le sue leggi!... Preghino, i gruppi dirigenti dei sindacati “che contano”, che non si applichi a loro la regola della produttività, perchè, dati i risultati disastrosi, rischierebbero il licenziamento in tronco!

Sergio Casanova
(collaboratore esterno)

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REFERENDUM O LOTTA?
Il 12 giugno si terranno quattro referendum, di cui almeno due di grande e ovvia rilevanza: quello sul nucleare e quello sull’acqua. Rilevanza ovvia visto che si tenta, da parte governativa, di rimettere in discussione la scelta antinucleare (già fortemente espressa dalla maggioranza degli italiani nel 1987) con un recente decreto che prevede “l’introduzione e l’utilizzo di impianti nucleari di terza generazione” e nel secondo, di attuare una vera e propria privatizzazione delle risorse idriche (decreto Ronchi). Si tratta di referendum abrogativi, ovvero per la scelta antinucleare e antiprivatizzazione si dovrà votare sì. I referendum si terranno regolarmente perché sono stati dichiarati ammissibili, anche quello antinucleare, nonostante la moratoria sui processi di nuclearizzazione dichiarata furbescamente dal governo Berlusconi dopo la tragedia di Fukushima, perché di moratoria si tratta e non di rinuncia alle politiche nucleari.
Il rischio, a nostro avviso, non è tanto che i referendum non passino, quanto che non si raggiunga il quorum necessario dei votanti. Infatti, a parte i trucchetti del governo, l’oscuramento mass-mediatico sulla questione è quasi totale e si sa, per molti la realtà è solo quello che veicolano tv e giornali.
Detto questo non ci pare neppure il caso di insistere sulle ragioni dell’opposizione al nucleare e alla privatizzazione dell’acqua. Sono questioni che ci toccano da vicino e che fanno parte dei temi della devastazione ambientale e dell’accaparramento del risorse naturali e su queste crediamo che da parte di molti un minimo di riflessione onesta non possa che condurre ad una opposizione di qualche tipo.
Il problema è piuttosto che rapporto ci sia, in generale, tra le lotte condotte sul campo da popolazioni locali (citiamo solo la Val di Susa e Terzigno o altre che si danno o potrebbero darsi contro discariche, inceneritori o smaltimento scorie radioattive o eventualmente la costruzione di nuove centrali) e l’arma referendaria, dunque istituzionale.
Chi scrive è un astensionista attivo da una vita, che tuttavia dell’astensionismo non ha mai fatto un dogma, ma piuttosto una coerenza con principi in continuazione verificati. E’ anche vero che i referendum non comportano una delega più o meno permanente, ma comunque assegnano ad una pratica istituzionale l’espressione di una supposta volontà popolare. Dunque, se non fosse raggiunto il quorum necessario, anche se prevalessero i sì, il risultato politico reale sarebbe quello di un pesante sconfitta degli anti-nuclearisti e dei fautori dell’acqua bene pubblico. E ciò porrebbe una pesante ipoteca sulla possibilità di sviluppo di futuri movimenti di lotta. Di questo dovrebbero diventare ben consapevoli i sostenitori dell’arma referendaria: non ci sono scappatoie istituzionali, le lotte condotte in prima persona e fondate sull’azione diretta sono l’unica arma dei lavoratori e degli sfruttati, le loro rappresentazioni dislocate nelle urne servono solo ad avvalorare la fandonia che il sistema sociale nel quale viviamo garantisca forme democratiche di espressione della volontà popolare.
Grazie referendari, ci avete messo nel solito cul-de-sac: se il referendum passa contribuirà ad alimentare illusioni sulla democraticità della nostra società, se non passa sarà ipotecata la possibilità di far nascere un grande movimento di lotta contro la devastazione ambientale e speculazione sulle risorse.
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Fincantieri, una lotta di tutti
I cantieri navali a Sestri Ponente esistono dal 1815, ben prima della nascita della Fiat e della grande industria italiana. Esistono da ottant’anni prima che il primo Agnelli (Giovanni senior) iniziasse a occuparsi di biciclette. Da quando il maestro d'ascia Agostino Briasco invece costruiva velieri che avrebbero solcato l’oceano.
Questo puro dato storico sta solo a esemplificare le profonde radici che i cantieri di Sestri hanno nella storia industriale di Genova e l’altrettanto profondo legame con la classe operaia e gli abitanti della cittadina del ponente. Generazioni di operai (e le loro famiglie) hanno dato fatica e sangue agli imprenditori che in quasi 200 anni hanno operato nella cantieristica sestrese: dai Cadenaccio, ai Westerman, dagli Odero agli Ansaldo, per arrivare alla gestione IRI degli anni ’30 e immediato dopoguerra e a quella ultima di Fincantieri. Radici che affondano anche nella storia delle lotte di classe genovesi: dalle lotte del biennio rosso e l’occupazione delle fabbriche – sotto la guida della Camera del Lavoro sindacalista di Sestri – a quelle degli anni ’50 contro la ristrutturazione post-bellica, a quelle degli anni ’70 per riconquistare dignità e potere in fabbrica.
Oggi si vuole chiudere lo stabilimento di Sestri (così come quello di Castellamare di Stabia e ridimensionare pesantemente quello di Riva Trigoso). Migliaia di lavoratori a spasso – compresi quelli delle imprese in appalto, in massima parte stranieri e l’indotto – nella continua devastazione del tessuto produttivo ligure come nazionale.
Le motivazioni sono sempre quelle: la crisi del settore, la razionalizzazione della cantieristica a livello nazionale, il taglio dei rami secchi e via discorrendo.
Niente di nuovo, così come non c’è niente di nuovo nel modo faccendiero e clientelare con cui si sono distribuiti i tagli: si colpiscono Liguria e Campania e si salvano i cantieri del Nordest dove comanda la Lega.
Niente di nuovo infine nel gioco delle parti e dei numeri: 2.500 esuberi e due cantieri da chiudere buttano sul piatto i vertici aziendali; non se ne parla, insorgono politici locali e sindacati; facciamo 1.500 e Sestri si chiude solo per un po’; si può ragionare dicono i paladini dei lavoratori. E dopo il solito tira e molla – nella migliore delle ipotesi - magari arriverà un accordo che impegnerà i lavoratori a lavorare di più (Marchionne docet!), guadagnare di meno, mandandone un certo numero in cassa integrazione o mobilità e direttamente in mezzo alla strada quelli delle imprese, tanto non sono italiani… “Abbiamo vinto compagni”, proclameranno allora i capi della “battagliera” Fiom.
Nemmeno nuova – ma è quello che si salva in tutta questa drammatica e triste vicenda - è la capacità di lotta dei lavoratori che sono scesi compattamente in sciopero e in piazza a Genova, come a Castellamare, come a Riva Trigoso e insieme alla popolazione manifestano chiaramente e con determinatezza la volontà di resistere alla chiusura e ai tagli. Lotte condotte anche con quella durezza che la situazione richiede e che solo la rituale ipocrisia perbenista di mass-media, politicanti e “anime belle” di ogni sorta può ritenere eccessiva ed estremista. Ben altro che le tradizionali sfilate dietro i sindaci e con il codazzo di autorità e magari parroci serve per fermare l’attacco dei padroni contro i lavoratori, i loro residuali diritti e il loro posto di lavoro. Serve determinazione, servono anche forme di lotta al di fuori di quelle “regole” che i padroni hanno stabilito e che rendono sempre più restrittive, serve soprattutto la consapevolezza della necessità dell’unità e solidarietà degli sfruttati, il capire che ogni licenziamento, che ogni chiusura, che ogni peggioramento delle condizioni salariali e di lavoro sono affare di tutti e che tutti insieme bisogna rispondere, giorno dopo giorno.
USI-AIT Genova
 
Appello alla solidarietà, un appello alla lotta NO TAV!!

Cari compagni, care compagne,
questo è un appello. Un appello alla solidarietà, un appello alla lotta. In quest’angolo di nord ovest si sta giocando una partita durissima, una partita di libertà, che va ben al di là del treno ad alta velocità che ogliono imporre, costi qual che costi.Il Tav in Italia ha sostituito il sistema imploso con tangentopoli: tuttihanno le mani in pasta, nessuno vuole farsi sfilare la torta da sotto ilnaso.Nella settimana appena trascorsa i No Tav hanno presidiato il territoriogiorno e notte, piazzando tende, erigendo barricate, cucinando insieme la pasta, discutendo il da farsi. E aspettando. Aspettando che arrivi la polizia a sgomberare tutti. In questa settimana i giornali si sono scatenati. Chiaro lo scopo: criminalizzare e dividere. Giovedì a Bussoleno si è svolta una grande assemblea popolare: il movimento No Tav è deciso a resistere e fa appello a tutti perché vengano a dare man forte alla Maddalena di Chiomonte. Qui trovate il video dell’assemblea di giovedì: http://www.ustream.tv/recorded/14975687 http://www.ustream.tv/recorded/14976323 Il mio intervento è a metà tra il primo e il secondo video. Non possiamo sapere quando arriveranno, anche se abbiamo delle ipotesi. I giorni e le notti a rischio sono quelle di domenica (dalla notte), lunedì e martedì. Dopo, visto l’avvicinarsi del lungo fine settimana del due giugno, pare improbabile. Ieri industriali e politici hanno chiesto unanimi botte e sangue. Bonino ha dichiarato esplicitamente che “non ci sono regole di ingaggio”. In merito vi copio sotto il link ad un articolo di NuovaSocietà:
http://www.nuovasocieta.it/attualita/27076-tav-pronta-la-militarizzazione-della-val-di-susa.html Chi può venga su a darci man forte. Se non potete venire fate iniziative nelle vostre città e paesi. Vi aspettiamo. ciao,

maria

 
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