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N° 132

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USI antimilitarista

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Volumi Centenario USI

IL LIBRO LE FIGURE STORICHE DELL'UNIONE SINDACALE ITALIANA

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ALMANACCO DI "GUERRA DI CLASSE" 1912-2012

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CRISI, MANOVRA E SCIOPERO. GRANDE E’ IL DISORDINE SOTTO IL CIELO …

Della crisi si è già parlato molto: sia del suo venire da lontano, all’interno di un processo che – tra picchi di ripresa e profonde ricadute – data da circa metà anni ’70, così come del suo carattere globale e strutturale che gli epifenomeni speculativo-finanziari non riescono a mascherare. Altrettanto si è parlato negli ultimi tempi delle risposte che i paesi più deboli ed esposti tentano di mettere in atto. Tra questi ovviamente l’Italia e, nello specifico, la cosiddetta manovra d’emergenza o manovra-bis in quanto segue a stretto giro quella ordinaria di luglio.
Non sappiamo ancora come sarà articolata con precisione visto che continua la rissa tra “parti sociali”, partiti politici, lobby di interesse, centri di potere e sottopotere, ecc. su come distribuire i tagli e imposizioni; sappiamo però esattamente quale sarà l’importo della stangata aggiuntiva (43 mld per il biennio 2012-2013) e quale il peso congiunte delle due manovra per i prossimi anni (24 mld per il 2012; 50 mld per il 2013 e 55 mld per il 2014); sappiamo anche che sarà composta da un aumento delle entrate pubbliche e “risparmi” sulle spese dello Stato; sappiamo infine che non toccherà le rendite, i grandi  patrimoni, l’evasione fiscale, le prebende della borghesia di Stato, i privilegi della politica, i profitti; sappiamo invece con certezza che colpirà, come sempre, le condizioni dei lavoratori salariati, dei precari, dei disoccupati, degli immigrati, dei giovani, sia in termini salariali, che pensionistici, e di taglio di servizi. Non servono né scienza, né raffinate analisi economiche per capire che non ci sono rimedi risolutivi, ma solo misure tampone, da opporre ad una crisi strutturale ed irreversibile come quella che stiamo vivendo. Dopo questa crisi ne arriverà un’altra, dopo questa stangata ce ne saranno altre e si dovrà ogni volta tentare di opporsi e rispondere, a difesa di un insieme di conquiste passate e di diritti che sarà sempre più falcidiato. Ma è proprio sulla natura, la portata e l’articolazione di questa difesa – sempre più inefficace –che bisogna interrogarsi.

Nei giorni passati, con inusuale prontezza, sono stati indetti due scioperi generali per il 6 settembre, uno da parte della Cgil, l’altro da parte di settori del sindacalismo “conflittuale” capeggiati da Usb. Mentre il secondo non può stupire, appartenendo alla ritualità degli scioperi autunnali del sindacalismo di base, appare del tutto inconsueta l’immediatezza della mobilitazione cigiellina. La Cgil storicamente ci ha abituati a “ponderazione”, a esasperata mediazione e a centellinare gli scioperi. Secondo questi canoni lo sciopero del 6 settembre appare decisamente “avventurista”, a meno che non si adottino alcune chiavi di lettura che lo rendono comprensibile:

- la necessità di rientrare al tavolo della grande concertazione e la possibilità di farlo non dalla porta di servizio al seguito degli ormai imbarazzanti Angeletti e Bonanni, ma da quella principale, riproponendosi come la confederazione di gran lunga più importante e rappresentativa ed in grado di garantire un più efficace controllo sociale; - frenare le irrequietezze della Fiom o possibili perdite di consensi in settori particolarmente sotto attacco (come il precariato) o eventuali emorragie di iscritti nel pubblico impiego verso sindacati autonomi o di base; - un’apertura di credito nei confronti del Pd, per dare una spallata al languente governo Berlusconi e trarre, in un vicino futuro, i vantaggio di un esecutivo “amico”.

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CONSEGUENTEMENTE E COERENTEMENTE …
… la crisi profonda che sottostà all’emergenza finanziaria mondiale di cui tanto si parla, è l’ultimo amaro boccone della fase apertasi nel 2007 con l’esplosione della bolla speculativa degli hedge funds e il tracollo dei principali istituti creditizi americani e non solo.
Il salvataggio di questi è costato carissimo alle finanze federali degli USA, la cui economia stava solo ultimamente risollevandosi con fatica dal picco recessivo di quattro anni fa.
Il crescere del debito pubblico, sommato all’andamento non esaltante del PIL americano, ha determinato un deficit di bilancio inusuale per il paese con l’economia più forte del mondo, spingendolo sull’orlo del default (fallimento) e acutizzando il timore di un double dip: un altro picco recessivo in relativa continuità con il precedente.

… i riflessi sull’Europa e sull’area euro di quello che succede oltreoceano sono, al solito, diretti e immediati. Particolarmente i paesi più deboli (sotto vari aspetti) dell’eurozona ne scontano le conseguenze più disastrose.
Non da oggi, economisti e tecnici del settore indicano nei paesi PI(I)GS (insultante acronimo maialesco ad indicare Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) quelli destinati a saltare.
Inutile dunque meravigliarsi oggi, come fa Tremonti, parlando di una accelerazione “imprevedibile” degli avvenimenti o gettare le colpe sulla speculazione internazionale. La speculazione sui titoli di Stato (siano greci, italiani o altro) non è una causa ma un effetto: gli avvoltoi attaccano i moribondi, non chi è in buona salute.

… la manovra d’emergenza varata dal nostro governo, e ancora passibile di revisione (45 mld spalmati sul prossimo biennio), su pressione degli “eurotutori” Merkel e Sarkozy affinché si raggiunga a breve un improbabile pareggio di bilancio, riversa i suoi costi – inevitabilmente – sulle condizioni di vita dei lavoratori.
Nulla di nuovo, cambiano solo le forme e l’ampiezza della stangata, non certo la sua sostanza. Infatti, a parte  qualche foglia di fico – come il cosiddetto contributo di solidarietà per il redditi medio-alti e alcuni irrilevanti tagli ai “costi della politica” – non c’è, al solito, nessuna traccia di “equità”.
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“La precarietà del lavoro è il cancro di questa società: sconfiggiamolo a partire dalla scuola dove lo Stato è Maestro nel non rispettare le proprie regole.”
DANNI SOCIALI DELLA RIFORMA MORATTI – GELMINI
Da 30 anni, l'alternarsi di governi sia di destra che di sinistra ha portato avanti una politica di tagli, tesa all' impoverimento dell' istruzione, all’espulsione e alla precarizzazione dei lavoratori. Col cambio di maggioranza seguito alle elezioni del 2001, la riforma Berlinguer (che già aveva sviluppato l’idea della scuola/azienda) è stata interamente abrogata dalla legge 53 del 2003, meglio nota come riforma Moratti, la quale a sua volta, è stata sospesa in alcune parti, e ritoccata in altre, a opera del successivo governo di centrosinistra (ministro Fioroni). Successivamente il governo piduista di Berluska il 29/10/2008 ha portato ad approvazione la legge 169/2008, la cosiddetta riforma Gelmini. In data 2/8/2001, i Ministri Moratti e Tremonti sostengono la tesi di Buttiglione-Casini (democristiani di centrodestra) di una manovra economica e finanziaria per favorire le posizioni della chiesa cattolica, sostenendo l'insegnamento della religione nelle scuole pubbliche e assicurando finanziamenti a quelle cattoliche. Ricordiamoci che nel periodo del fascismo la chiesa stava con mussolini (patti lateranesi)
Una scuola diseducativa.
I danni che ha prodotto la riforma Moratti (2001) e Gelmini (2008 -2012) sono: Il voto in condotta, il super affollamento nelle aule, l'alternanza scuola lavoro, dove gli studenti si ritrovano a lavorare senza sicurezza e senza paga, la riduzione delle ore di lezione, la scelta precoce dell'indirizzo scolastico degli alunni, la valutazione che mira a selezionare gli studenti e i docenti, una scuola che diventa azienda ( produce utili anche a scapito dei diritti dei lavoratori), tagli sul personale, riduzione delle classi, innalzamento del rapporto alunni-docenti. Con lo smantellamento che subisce la scuola pubblica sarà sempre meno l’opportunità di crescita, mentre si creeranno scuole e culture separate. La riforma va in senso opposto alle esigenze degli studenti che hanno bisogno di comunicare, socializzare e imparare il vero significato di crescere in un contesto che non li sminuisca, ma che li renda partecipe della sua stessa formazione culturale, dando le base per affrontare le tante problematiche della vita sociale. Una scuola dove manca il personale diventa inefficiente, penalizzando la crescita e formazione culturale degli studenti, mentre il personale che rimane tende ad essere autoritario. La scuola ancora oggi è autoritaria e con le riforme imposte dai vari ministri sarà ancora più difficile renderla umana.
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UNA DICHIARAZIONE DI GUERRA ( alla società civile)
contro i lavoratori, i disoccupati, i precari, i giovani e gli anziani. E’ quella fatta dalla casta al Governo, e chiamata “manovra d’estate”. Con la motivazione della necessità della “manovra correttiva” dei conti pubblici e di impositivi obblighi dettati dagli oligarchi della BCE, giovedì scorso il nostro glorioso Governo ha predisposto una serie di misure che, pur non garantendo nessuno o un limitato risparmio economico, rispondono benissimo alla dichiarata volontà neoliberista e ferocemente antiproletaria dei potentati economici che questo Governo hanno espresso, e contemporaneamente realizzano alcuni dei sogni che la Confindustria accarezza da anni: quello di mettere i lavoratori alle corde, privandoli progressivamente dei diritti fondamentali conquistati con decenni di lotte.
I punti peggiori, ma non gli unici, che caratterizzano questo attacco feroce sono: -
Ritardo di due anni per la liquidazione del TFR per i pensionati del Pubblico Impiego. Sono soldi che i lavoratori accantonano in decenni di lavoro, e che servono molto spesso perintegrare fin da subito trattamenti pensionistici da fame. -    Possibile non erogazione delle tredicesime per i lavoratori del P.I. i cui Dirigenti nonsaranno riusciti a rispettare gli obiettivi di riduzione di spesa previsti, e ciò in un quadro di pesantissimi tagli dei finanziamenti alle Amministrazioni. -    Abolizione delle festività del 25 aprile, del 1 maggio e del 2 giugno. Ci sono riusciti: a soddisfare le velleità fascistoidi e antioperaie governative e padronali, e a garantirsi altri 3 giorni di lavoro SVOLTO A TITOLO GRATUITO dai lavoratori pubblici e privati. -    Graduale aumento dell’età anagrafica ai fini pensionistici delle lavoratrici dei settori privati, per portarla DI FATTO ad almeno ai 67 anni entro il 2027; e ciò dopo il vergognoso e non necessario aumento della stessa per le lavoratrici pubbliche, che entrerà in vigore col 01/01/2012, in maniera secca senza progressione “a scalini” o correttivi, peraltro possibili. -    Ulteriore maggiore “flessibilità del lavoro”, possibilità di deroghe anche peggiorative nei Contratti aziendali rispetto ai CCNL, maggiore facilità di licenziare e “mettere in mobilità”, nonché altre varie disposizioni che mettono i lavoratori sempre più alla mercé dei padroni, senza tutela, senza difesa, come i SERVI DELLA GLEBA.
Tutto questo in un quadro pesantissimo di blocco degli stipendi di fatto dal 2010 fino a tutto il 2014, con il blocco pressoché totale delle assunzioni nel P.I., la riduzione dei trasferimenti alle amministrazioni pubbliche ( = minori servizi, maggiori costi per gli utenti, aumento delle tasse locali, ecc.), progressiva riduzione dei trattamenti pensionistici diretti (grazie al “contributivo”) e di reversibilità, progressiva riduzione del residuo diritto di sciopero, il tutto in costanza degli stipendi, dei salari e delle pensioni PIU’ BASSE D’EUROPA.
Ad una dichiarazione di guerra si può rispondere o arrendendosi subito, o iniziando una NUOVA RESISTENZA DEL LAVORO che punti a ribaltare i rapporti di forza e a garantire il rispetto della dignità di chi lavora, ha lavorato o sta ancora cercando un impiego.
BASTA CON I SINDACATI DEL “SIGNORSI’’, CHE SOSTITUISCONO LE MOBILITAZIONI E IL CONFLITTO, SEMPRE PIU’ INDISPENSABILI, CON SERVIZI E GADGET VARI DI FINE ANNO. BASTA CON LE ILLUSIONI DEI “PADRONI BUONI”. RIPRENDIAMO NELLE NOSTRE MANI LA GESTIONE DELLE NOSTRE VITE E DEL FUTURO NOSTRO E DEI NOSTRI FIGLI.
Trieste, 15/08/2011    La Segreteria Provinciale Intercategoriale U.S.I./A.I.T. di Trieste
 
Comunicato della Solfed sulle rivolte di Londra
Mar, 09/08/2011

Con i media che accusano l'”anarchia” per le violenze che si dispiegano a Londra e attraverso l'Inghilterra, la North London  Slidarity Federation ha ritenuto che fosse appropriato un comunicato da parte di un'organizzazione anarchista attiva nella capitale.
Durante gli ultimi giorni numerose rivolte hanno causato danni significativi a zone di Londra, a punti vendita, abitazioni ed automobili. Da parte della sinistra, sentiamo la sempre presente lamentazione sulla povertà che ha causato tutto ciò. Per la destra, membri di bande ed elementi antisociali si avvantaggiano di una tragedia. Entrambe sono vere. I saccheggi e le rivolte visti negli ultimi giorni costituiscono un fenomeno complesso e contengono diverse tendenze.
Non è accidentale che delle rivolte stiano avvenendo adesso, mentre la reti di sostegno per chi è senza diritti vengono smantellate e la gente viene lasciata cadere nell'abisso, percossa dai manganelli della polizia metropolitana mentre sprofonda. Ma non ci sono scusanti per l'incendio di abitazioni e per atti che terrorizzano i lavoratori. Chiunque abbia fatto cose simili non ha motivi di sostegno.
La furia dei quartieri è ciò che è, brutta e incontrollata. Ma non imprevedibile. L'Inghilterra ha nascosto i propri problemi sociali per decenni, recintandoli con brutali picchetti di uomini armati. Crescere nei quartieri spesso significa non lasciarli mai, se non  nel retro di una camionetta della polizia. Durante gli anni '80 gli stessi problemi portarono alle rivolte di Toxteth. Durante gli anni '90, contribuirono alle rivolte per la Poll Tax. Ed ora ne abbiamo ancora – perchè i problemi non solo sono sempre lì, ma sono diventati peggiori.
Le molestie e le brutalità della polizia sono parte della vita quotidiana nei quartieri in tutto il Regno Unito.  Il sistema di benefits per la mera sussistenza è stato smantellato e sottratto.  Ad  Hackney, ai lavoratori del sociale, che provengono dai quartieri e che lavorano sulla strada con i ragazzi, è stato detto che non verranno più pagati. Gli affitti stanno aumentando ed i lavori finanziati con fondi statali, che usualmente portavano reddito nella zona, sono stati tagliati in nome di spostamenti verso figure non pagate della  Big Society . La gente che prima aveva veramente poco ora non ha niente. Niente da perdere.
E non vanno fatti sconti al ruolo dei media in tutto ciò. A proposito di tutti i discorsi sulla “protesta pacifica” che ha preceduto gli eventi di Tottenham (*), i media non avrebbero neanche citato la storia se si fosse trattato solo di un presidio di fronte ad una stazione di polizia. Le violenze della polizia e le proteste contro di esse avvengono continuamente. E' solo quando l'altra parte risponde con violenza (su obiettivi legittimi o meno) che i media sentono il bisogno di dare un qualche genere di attenzione ai fatti.
Quindi non dovrebbe esserci alcuno shock se gente che conduce un'esistenza di povertà e di violenza sia alla fine scesa in guerra. Non dovrebbe esserci alcuno shock se la gente sta saccheggiando schermi TV al plasma, che pagheranno un paio di mesi d'affitto, e lasciando i libri, che non si possono vendere, sugli scaffali. Per molti, questa è l'unica forma di redistribuzione economica che si prospetta negli anni a venire, mentre continua un'infruttuosa ricerca di lavoro.
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La lezione dell’Islanda RIBELLARSI DI FRONTE AI MERCATI PER USCIRE DALLA CRISI
Idoia Intxaurbe e Mikel Noval
www.Rebelion.org

I governi dell’Unione Europea stanno applicando politiche di tagli al bilancio, riduzione delle protezioni sociali ed eliminazione dei diritti del lavoro. Tutto ciò, a quanto dicono, con l’intenzione di “tranquillizzare i mercati”. E´questa la ragione data da Zapatero, tra gli altri, per giustificare il taglio dei salari del personale al servizio dell’amministrazione, il congelamento delle pensioni quest’anno, la riforma del lavoro, la riforma delle pensioni, la riforma delle contrattazioni collettive, l’imposizione di una cifra di tetto per la spesa pubblica per l’anno che viene inferiore a quella di quest’anno. Questa stessa ragione è quella che ha diretto i tagli in Grecia, Portogallo, Irlanda, Regno Unito, Italia, ecc.

La conseguenza diretta di queste politiche è l’aumento della disoccupazione, l’impoverimento della popolazione e una ricomposizione dei benefici delle imprese. Nonostante questo però, i “mercati” non sono soddisfatti, non lo sono mai, non lo saranno mai.
Per ELA è evidente  che l’unica forma di uscire dalla crisi è di uscire dalla disciplina dei mercati. Vale a dire, imporre gli interessi della popolazione al di sopra di quelli del capitale. Finché non si faccia questo, le cose andranno di male in peggio, al meno per l’immensa maggioranza che presuppone la classe operaia.
C’è chi considera che questo è un’utopia. Tuttavia quello che è avvenuto in Islanda mostra che esiste un’uscita diversa dalla crisi.
Poco prima che la crisi colpisse l’Islanda, era un esempio da copiare. Un’isola con 320 000 abitanti, con un alto livello di vita, buone infrastrutture, un’energia pulita, con u  eccezionale stato del benessere, scarsa disoccupazione e poco debito. Era una delle economie di punta d’Europa, la sesta nazione più ricca della OCSE.
In poco meno di dieci anni le politiche neo-liberali hanno affondato questo paese modello. Nell’anno 2000 il governo islandese avviò una politica di deregulation che avrebbe comportato più tardi conseguenze disastrose sia al livello ambientale che a quello sociale. Il governo aprì le porte a imprese multinazionali che si preoccupano solamente della massimizzazione dei loro benefici a costo del degrado ambientale e sociale. Nel 2003 decise inoltre di privatizzare le tre banche più rappresentative dell’isola: Islandsbanki, Kaupbing e Glitnir. Il risultato dell’esperimento fu la più pura deregulation bancaria che sarebbe sfociata nel 2008 in una crisi economica e sociale che superò l’immaginazione. Le finanze controllarono la vita quotidiana dell’Islanda rovinando il paese.
La deregulation bancaria
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